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Rubriche 1 minute 15 giugno 2020

Il cibo nell’arte: le raffigurazioni nei secoli

L’arte dell’antica Grecia esprimeva luce e bellezza; quella romana e papale potere e religione.

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Il paradigma cambia nel 1500 quando la scoperta del mondo circolare (oltre oceano c’è l’America), la riforma di Lutero ed il cogito ergo sum di Cartesio, sconvolgono le fondamenta della società e gli artisti iniziano ad interessarsi alla cultura figurativa e alle rappresentazioni del reale.
I convulsi sentimenti dell’epoca prendono forma nel movimento manierista e quindi nelle visionarie tele di Hyeronimus Bosch che nel Trittico delle Delizie, ritrae paradiso, demoni e tentazioni del subconscio attraverso allegorie, citazioni dell’Inferno dantesco, contorsionismi di corpi (umani e celesti) e frutti dell’immortalità (il melograno). Sempre al Prado di Madrid, c’è Adamo ed Eva di Albrecht Duhrer ad evocare la storia dell’uomo e l’endemica attrazione verso il proibito (la mela). A metà del sedicesimo secolo, Arcimboldo dipinge L’Ortolano le cui teste frontali e di profilo brulicanti di esseri vegetativi, non son manifesto di abbondanza quanto del nostro confuso malessere. Il cibo diventa così metafora esistenziale ed all’incirca nello stesso periodo - specie nei quadri come “I Mangiatori di Ricotta” di Vincenzo Campi, “Le Nozze dei Contadini” di Pieter Bruegel ed “Il Mangiafagioli” di Carracci – elemento centrale in scene e abitudini della cultura popolare.

All’inizio del 1600 Caravaggio ed i fiamminghi olandesi (soprattutto i pittori del pasto come Pieter Claesz e Jan Davidsz de Heem che celebravano i fasti dell’impero dipingendo i prodotti esotici esportati della Compagnia delle Indie) sfidano i canoni pittorici con rigogliosi canestri di nature morte dove frutti, bacche e foglie non sono più accessori (nel Rinascimento la natura era presente, sebbene subordinata all’uomo), ma gli unici protagonisti dell’opera. Va comunque detto che le raffigurazioni di oggetti inanimati erano comuni ai mosaici ellenistici del II e III secolo, agli affreschi pompeiani e la figura del cesto di frutta nel Cantico dei Cantici, simboleggiava la sposa e quindi la Chiesa.
Avanti veloce alla Rivoluzione Francese quando, dopo infiniti ritratti dei Re e paesaggi nobiliari, la scena artistica si occupa della borghesia e quindi anche del cibo come valore sociale. Nella seconda metà dell’Ottocento la corrente impressionista offre inedite prospettive pittoriche sulla vita normale: inclusi gli eccessi della vaudeville, i colori della campagna a Primavera e le mele di Cézanne e Manet. Cupo e tenebroso è invece “Il Montone e Giacinto” di Oscar Kokoschka: esponente del movimento Secessionista assieme a Gustav Klimt. D’indimenticabile impatto e malinconia è lo struggente ritratto di vita contadina de “I Mangiatori di Patate” di Van Gogh. E parlando di capolavori come non menzionare Il Cenacolo di Leonardo da Vinci.

Nel corso dei millenni, L’Ultima Cena è stata dipinta anche – e solo per citare l’esecuzioni più celebri e significative nella storia dell’arte - da Tintoretto, Veronese, Rubens, Dalì e Frida Kahlo. In questi ultimi due casi le opere rispecchiano tradizioni culturali e credenze psichiche degli autori che per alcuni aspetti, sono traslazioni su tela delle teorie di Freud, Nietzsche, Einstein. Non a caso, durante la prima metà del XX secolo psicologia, metafisica e spazio diventano i nuovi soggetti dell’arte. Ricompare la mela: questa volta nel “Figlio dell’Uomo” (rigorosamente in bombetta) nel magico surrealismo mondo di Magritte mentre nella Pop Art di Andy Warhol, la zuppa Campbell diventa simbolo del consumismo e della middle class americana.

I Mangiatori di Patate - Credit Van Gogh Museum
I Mangiatori di Patate - Credit Van Gogh Museum

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